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Scarica l'app per i consumi energetici delle scuole

Da oggi è scaricabile liberamente e gratuitamente da App Store e Google Play l’applicazione SafeSchool 4.0 per smartphone e tablet che consente di misurare i consumi e la vulnerabilità energetico-strutturale degli edifici scolastici in modo semplice e con costi contenuti.

Concepita dagli esperti dell’ENEA per supportare i tecnici e i responsabili nei  rilievi energetici e strutturali delle scuole, SafeSchool 4.0 consente di ottenere una prima valutazione per la programmazione di interventi di messa in sicurezza e riqualificazione ed efficientamento.

Per garantire la massima affidabilità e sicurezza, l’utilizzo dell’app è consentito esclusivamente a tecnici abilitati (periti, geometri, architetti ed ingegneri) che operano nel settore dell’edilizia scolastica con particolare specializzazione sugli aspetti strutturali ed impiantistici [1]. E’ stato inoltre previsto che in assenza di dati o di informazioni specialistiche fondamentali non sia possibile ottenere risultati.

Attraverso un uso corretto, inserendo le informazioni nelle apposite sezioni dell’applicativo, è possibile evidenziare: un report dei rilievi completo di foto; il livello della classe di merito energetica e degli interventi per ottimizzarne la prestazione; gli elementi di vulnerabilità strutturale e il livello di intervento richiesto per migliorare la sicurezza dell’edificio; un file contenente tutte le informazioni inserite dal tecnico.

Per individuare le aree in cui le scuole richiedono i maggiori interventi, l’ENEA  sta predisponendo  una piattaforma informatica di pianificazione strategica per un unico progetto di recupero degli edifici esistenti che preveda anche il miglioramento strutturale delle costruzioni in base alle diverse criticità territoriali, ambientali e climatiche.

L’applicativo mette inoltre a confronto i consumi reali dell’immobile con il fabbisogno energetico di riferimento per gli edifici scolastici, assegnando ad ogni fabbricato una classe di merito (buono/sufficiente/insufficiente) sia per i consumi da riscaldamento che per quelli elettrici.

SafeSchool 4.0 è una delle iniziative realizzate dall’ENEA per Italia in Classe A, la prima Campagna Nazionale di informazione e formazione sull`Efficienza Energetica, di durata triennale, promossa dal Ministero dello Sviluppo Economico e realizzata dall`ENEA. L`iniziativa dà concreta attuazione all`art.13 del Decreto Legislativo 102/2014 ed è rivolta alla P.A., alle PMI, agli Istituti bancari e ancora alle famiglie e agli studenti. L`obiettivo principale della Campagna è far conoscere l`importanza del risparmio, dell`efficienza energetica e fornire gli strumenti e le opportunità per realizzarli.

[1]ENEA è esente da ogni responsabilità civile e penale, anche oggettiva, nei confronti di chi utilizza lo strumento in maniera impropria.

 

FONTE: Enea.it

Vedi anche: Diagnosi energetiche: il check up dei tuoi vettori di energia

                 Il Sistema di Gestione Energia

                 Entro il 31 marzo comunicazione dei risparmi all\'ENEA

Entro il 31 marzo comunicazione dei risparmi all'ENEA

Energy SavingLe imprese che hanno effettuato la diagnosi energetica, ai sensi dell’art. 7, comma 8 del D.lgs. 102/2014, hanno tempo fino al 31 marzo 2018 per comunicare ad Enea i risparmi di energia ottenuti per mezzo degli interventi di efficienza rispetto all’anno precedente e per i quali non siano stati riconosciuti i Titoli di Efficienza Energetica.

I risparmi devono essere contabilizzati in forma normalizzata e comunicati all’ENEA solo se superiori all’ uno% dei consumi dell’anno precedente. A tale scopo può essere utilizzato il foglio excel proposto da ENEA. La comunicazione deve avvenire tramite portale
https://audit102.casaccia.enea.it o usando la mail:
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. specificando nell’oggetto “Risparmi 2017”.

Contatta EcoBioService per assisterti nella predisposizione della comunicazione o anche per eventuali chiarimenti!

 

 

Vedi anche: Diagnosi energetiche: il check up dei tuoi vettori di energia

                 Il Sistema di Gestione Energia

Socializzazione delle bollette elettriche non pagate...

Si stima attorno al miliardo di euro l’insoluto totale delle bollette elettriche non pagate dai morosi, non i morosi che oggi s’inteneriscono per San Valentino ma quelli di ben altra specie che evadono la fattura della corrente. Al posto loro ne pagheranno una parte tutti gli altri consumatori elettrici, quelli che saldano con regolarità il conto della luce.

L’hanno stabilito ricorsi e sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, e l’Autorità dell’energia ha formalizzato: sarà distribuita fra tutti i consumatori una prima fetta di “oneri generali” elettrici pari a circa 200 milioni arretrati.
Diverse aziende elettriche erano entrate in crisi, e qualcuna aveva addirittura dovuto chiudere i battenti, quando si è trattato di saldare ai fornitori alcune voci parafiscali della bolletta che erano state fatturate ai consumatori ma non erano state incassate.
Il meccanismo per ripartire su tutti i consumatori questa parte di evasione legata alla crisi di alcune società elettriche era già stato adottato per il canone Rai, che si paga attraverso la bolletta. Quando la si paga.

In sostanza, sulle bollette della corrente già cariche di risarcimenti, di oneri, di voci e di incentivi si aggiunge un nuovo capitolo, ovvero saremo noi consumatori a rimborsare alle società elettriche una parte del buco creato negli oneri parafiscali delle aziende in crisi da chi evade la bolletta della corrente.
Una delibera dell’Autorità dell’energia, appena ribattezzata Arera da quando ha rilevato oltre agli acquedotti anche l’area rifiuti, ha stabilito come ripartire fra tutti gli oneri generali di sistema, una parte parafiscale della fattura elettrica, non pagati dai consumatori morosi. Insomma, una socializzazione di una fetta degli insoluti.

Aziende elettriche in crisi
Diverse società del mercato libero avevano traballato e qualcuna esposta alla drammatica crescita delle bollette non pagate aveva addirittura dovuto chiudere, a cominciare, anni fa, dall’Esperia creata dall’imprenditore Filippo Giusto. Ma il mancato pagamento delle bollette nei mesi scorsi aveva buttato fuori dal mercato un plotone di altre società fra le quali un nome forte come Gala, l’azienda di vendita di energia più esposta al fenomeno dei mancati pagamenti.

Morosità miliardaria
Quant’è il valore da saldare? Per ora è impossibile dare una cifra esatta: le morosità complessive rivendicate dalle società elettriche ammontano a cifre superiori al miliardo di euro, ma per ora questa delibera sfilerà dalle nostre tasche una prima fetta di circa 200 milioni.
Altre delibere ancora allo studio dovrebbero essere messe a punto nei prossimi mesi per completare le procedure con cui noi consumatori rimborseremo ciò che non è stato pagato dai furbetti della bolletta.

Alcuni dati però sono sicuri. Nel 2016 il controvalore complessivo del mercato finale dell’elettricità si aggirava sui 61 miliardi di euro (fonte: «Electricity Market Report», Politecnico di Milano, ottobre 2017).

Per quello stesso anno l’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente aveva censito richieste di distacchi per morosità per il 2,8% dei consumatori del segmento “maggior tutela” (quello con le tariffe regolate dallo Stato). Sul mercato libero nel 2016 il numero di contatori sigillati per mancato pagamento era arrivato addirittura al 4,7%, il 5,8% di richieste di distacco per i consumatori non domestici come i negozi e gli uffici. (fonte:«Monitoraggio retail», autorità Arera, 2017).

Il canone Rai
Gli oneri generali in bolletta, tra i quali gli incentivi alle fonti rinnovabili e agli “energìvori”, sono pagati dai consumatori ai venditori di corrente, i quali poi devono rigirarli alle società di distribuzione elettrica che consegnano i chilowattora ai consumatori tramite i fili elettrici.

Il problema dei morosi si era presentato con l’imposta radio tv (il cosiddetto canone Rai). Quello dei consumatori morosi non poteva essere pagato dalle società di vendita che fatturavano le bollette non incassate. È stato necessario intervenire con un atto normativo.

Lo stesso si è ripetuto con gli oneri. I fornitori di energia si accollavano gli oneri non riscossi dai clienti finali. Dovevano cioè versarli ai distributori anche se non incassati.

Ci sono stati ricorsi e sentenze finché il Consiglio di Stato ha deciso: l’obbligato al versamento degli oneri di sistema è il cliente finale.

Il turismo delle bollette
Il fenomeno delle morosità è più ricorrente nel Mezzogiorno ed è più forte sul mercato libero, dove si può cambiare fornitore di corrente con un clic del mouse. Viene chiamato “turismo dell’elettricità”, e si basa sul fatto che prima di poter portare a conclusione la sigillatura del contatore ci vogliono carriolate di bollette non pagate. Il “furbetto della bolletta” straccia un po’ di bollette bimestrali e prima che si attivi la procedura di recupero credito cambia vittima, cioè cambia società di fornitura elettrica, con la quale ricomincia.

Il fenomeno sarà frenato quando saranno disponibili i dati su noi consumatori raccolti nella banca dati del Sii, il Sistema informativo integrato, nel quale le società elettriche potranno consultare se il nuovo cliente è corretto oppure se è un fuggitivo delle bollette non saldate .

Un fenomeno simile accade per esempio con i telefonini, con la differenza che nel segmento elettrico non ci sono ancora i contratti prepagati e soprattutto che alla base della fornitura ci sono i costi orgogliosi dell’energia realmente prodotta da una centrale elettrica alimentata con un combustibile costoso.

Alcuni commenti
Ecco Massimo Bello, presidente dell’Aiget, l’associazione dei grossisti e rivenditori di energia: «Il nuovo assetto dovrà evitare che chi svolge un puro servizio di incasso per il sistema (ovvero i fornitori di energia) si ritrovino a sostenere un costo improprio. Qualsiasi iniziativa in tal senso, come i recenti provvedimenti dell’Arera, va nella direzione giusta». Aggiunge Marco Bernardi, presidente di Illumia, una delle aziende del mercato libero: «È un primo importante passo verso una modalità di riscossione degli oneri analoga a quella del canone Rai, che rispecchierebbe a pieno le corrette responsabilità tra tutti i soggetti della filiera».

Protestano alcune associazioni dei consumatori. «Quando ci sono da socializzare i profitti si chiamano in causa le aziende, quando invece si devono spalmare i debiti si chiama il consumatore», afferma Luigi Gabriele dell’assocazione Codici; «questa delibera sarebbe solo un incentivo per non perseguire i furbetti del quartierino», aggiunge Marco Vignola dell’Unione nazionale dei consumatori.

I dettagli secondo l’Autorità dell’energia
L’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente (Arera) specifica che «il provvedimento citato (deliberazione 50/2018) riguarda solo una particolare casistica, limitata numericamente, e solo una parte degli oneri generali di sistema previsti per legge. In particolare, il riconoscimento individuato dall’Autorità per i soli distributori è parziale e attiene ai soli oneri generali di sistema già da loro versati ma non incassati da quei venditori con cui, a fronte della inadempienza di questi ultimi, i distributori hanno interrotto il relativo contratto di trasporto di energia, di fatto sospendendo così a tali soggetti la possibilità di operare nel mercato dell'energia». Il meccanismo, parziale e circoscritto finalizzato a garantire il gettito degli oneri di sistema da assicurare per legge, «che l’Autorità ha strutturato in tal modo per adempiere ad una serie di sentenze della giustizia amministrativa che hanno annullato le precedenti disposizioni dell’Autorità in tema. La regolazione precedente imponeva ai venditori la prestazione di garanzie finanziarie in favore delle imprese distributrici anche a copertura degli oneri generali di sistema. Le pronunce della giustizia amministrativa sostengono che la legge pone in capo esclusivamente ai clienti finali, e non alle imprese di vendita, ne ai percettori degli incentivi, gli oneri generali di sistema, con la conseguenza che l’Autorità non avrebbe il potere di imporre il citato sistema di garanzie alle imprese di vendita negando che il rischio di mancato incasso degli oneri generali di sistema da parte dei clienti finali sia dei venditori».

 di Jacopo Giliberto

 
 

Stiamo perdendo i ghiacci artici...

La disamina della stima delle temperature medie globali dell’anno appena terminato mediante l’analisi dei dati grezzi e grigliati NCEP/NCAR mostra come il 2017 non abbia battuto il record stabilito un anno fa dal 2016, ma ci sia andato comunque molto vicino.

Infatti, nella classifica degli anni più caldi, il 2017 si colloca al secondo posto, sopra il 2015, e il valore di anomalia , +0,51 °C rispetto al periodo 1981-2010, supera ancora +1 ° C rispetto all’inizio del secolo. Le considerazioni finali purtroppo confermano quanto già affermato negli anni precedenti.

Salutiamo, quindi, come una novità il fatto che il 2017 non abbia battuto per la quarta volta consecutiva il record dell’anomalia di temperatura media globale! Ma non c’è da esultare troppo, tuttavia. Perché, nella speciale classifica degli anni più caldi, il 2017 si piazza al secondo posto!

Questi due grafici animati, a cura di un ricercatore del dipartimento di scienze della terra della University of California, Irvine, mostrano la preoccupante evoluzione dell'estensione dei ghiacci e delle temperature ai due poli, termometro significativo della febbre del pianeta.

Il primo grafico, in copertina, mostra lo spessore e volume dei ghiacci marini artici a dicembre dal 1979 al 2017 (dati da modello PIOMAS - Zhang and Rothrock, 2003, aggiornati a dicembre 2017).  Di seguito, invece, si mostra come si è ridotta l'estensione della calotta polare rispetto alla media del periodo 1981-2010

 

Il secondo mostra il confronto tra il volume dei ghiacci marini artici e la media (dati da modello PIOMAS - Zhang and Rothrock, 2003, aggiornati a dicembre 2017):

 
 
 
 

La comunicazione ambientale: orsi polari e sacchetti biodegradabili

Il nuovo anno si apre all’insegna dei soliti vizi, tra esagerazioni e scorciatoie. Il merito resta al palo e l’ambiente sprofonda nella palude tra sospetti e spocchia.

L’anno nuovo, come sempre, porta con sé molti buoni propositi. Spesso e volentieri questi durano giusto il primo giorno dell’anno per poi svanire nelle solite abitudini o in vecchi errori.

E così è stato anche per la comunicazione e, in particolare, per quella ambientale, che soffre da sempre di un male che troppe volte si “mangia” ogni tentativo di fare qualcosa per il bene collettivo.

Negli ultimi giorni del 2017 i media di tutto il mondo hanno enfatizzato e cavalcato l’impatto del filmato dell’orso polare che barcollava, denutrito e morente, in un’isola canadese. Le immagini sono state girate in Luglio da Paul Nicklen, fotografo del National Geographic e attivista ambientalista e pubblicate con il titolo “Questo è il cambiamento climatico”. Circa un milione e settecentomila visualizzazioni sul profilo Instagram di Nicklen e oltre 900mila visualizzazioni sul canale YouTube del National Geographic sono il risultato di una condivisione di massa e sulle homepage dei giornali di tutto il mondo.

Ora, però, il Post riepiloga tutti i dubbi e le critiche piovute sul National Geographic circa le cause effettive della malattia dell’orso in questione. E molte di queste critiche arrivano da altri esperti e scienziati. Il dibattito non è ancora concluso ma certamente si possono trarre due lezioni importanti per la comunicazione ambientale:

  • chi scrive è da qualche tempo che insiste sulla scarsa efficacia di battaglie giocate unicamente sul terreno emotivo a causa del suo effetto “mordi e fuggi” assai utile per lavarsi la coscienza ma altrettanto inefficace nell’indurre cambiamenti nei comportamenti individuali e collettivi
  • a questo si aggiunge l’effetto combinato e pernicioso della scarsa attitudine a verificare, a prendersi un po’ di tempo in più e a non buttarsi immediatamente nel mare delle certezze: le note conseguenze di questa superficialità diventano deflagranti nella comunicazione ambientale orientata alla sensibilizzazione, in quanto non fa altro che rinsaldare le posizioni degli scettici, spesso distorte.

Dal Canada all’Italia: la panna montata provocata dall’introduzione della nuova legge sui sacchetti bio a pagamento nei reparti orto-frutta potrebbe essere (e molti lo hanno fatto) derubricata come una “tempesta in un bicchiere d’acqua” (su twitter ormai è #cinesacchetto). Certo, è vero, fa molto male leggere l’abituale onda di insulti dei retroscenisti che hanno definito una grande donna e una grande Italiana come Catia Bastioli “l’amichetta di Renzi” come evidente e unica spiegazione del provvedimento (sic!). E fa irritare e intristire il perduto senso delle proporzioni nel gridare allo scandalo per un provvedimento che ha molte buone ragioni. È, però, altrettanto vero che in molti, troppi, tra esperti e opinion leader attenti alle dinamiche ambientali (tra questi anche diversi comunicatori di professione) hanno scelto di zittire i critici del provvedimento con l’abituale vizio di superiorità che, anche in questo caso, non risolve il merito della vicenda.

Ci sono diversi aspetti del provvedimento che meritavano uno sforzo di comunicazione, divulgazione e motivazione. Potrei citare la questione della norma europea che non conteneva alcuna indicazione sull’obbligo del pagamento ma questo è già stato chiarito. Scelgo, invece, un aspetto marginale del dibattito, ben sapendo di correre il rischio di essere annoverato tra chi guarda il dito non vedendo la luna: l’etichetta sul sacchetto bio rende vano il suo conferimento negli appositi contenitori dell’umido? Ebbene, è stato sconfortante assistere a fior di esperti andare in “crisi” di fronte a una domanda semplice e legittima che meritava pazienza e spiegazioni fondate e non “indignazioni di ritorno”. E se la risposta corretta fosse di poter conferire tranquillamente il sacchetto bio con la sua etichetta con colla chimica nell’organico in quanto gli impianti di riclaggio e compostaggio la sanno gestire e separare senza problemi, beh, allora perché non lo si è chiarito in tempo utile? E perché la maggior parte degli opinion leader anziché rispondere nel merito a chi è in buona fede e vorrebbe nel suo piccolo adottare comportamenti efficaci, continua a preferire la spocchia, trattando allo stesso modo sciacalli da tastiera e persone che si pongono domande legittime? I danni da deficit di comunicazione nella raccolta differenziata non hanno ancora insegnato nulla?  Ci ricordiamo la carta oleata e per alimenti che finiva in passato nella raccolta della carta? Tutti beceri ignoranti?

Motivare, semplificare, spiegare, anticipare possibili domande e dubbi e prepararsi alle criticitàda lì non di scappa. Invece si continua a preferire la scorciatoia di verità parziali (“ce lo chiede l’Europa”) alla fatica dell’ascolto strutturato e della comunicazione nella definizione di Bruno Mastroianni nella sua “Disputa Felice”: “comunicare è farsi capire da chi non è d’accordo”.

di Sergio Vezzoler
 
Fonte: amapola.it
 
 

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